Colazione con… Alice Basso e il mistero del galateo

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Oggi ho avuto il piacere di fare colazione con Alice Basso, redattrice, traduttrice e autrice per Garzanti della serie sulla ghostwriter-detective Vani Sarca. Ma non abbiamo parlato dei suoi libri (L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome, 2015; Scrivere è un mestiere pericoloso, 2016; Non ditelo allo scrittore, 2017; La scrittrice del mistero, 2018, oltre a due eBook La ghostwriter di Babbo Natale, 2017, e Nascita di una ghostwriter, 2018) né tanto meno di regole per scrivere un romanzo, bensì di galateo, l’argomento principale del mio blog. Un tema su cui Alice ha confessato di avere qualche lacuna ma, da persona spiritosa e brillante qual è, penso che se la sia cavata egregiamente. Anzi, umoristicamente. Perché umorismo e stile possono andare d’accordo, vero?

Alice, qual è il tuo rapporto con il galateo?
Cara la mia intervistatrice, spero di non arrecarti uno shock (ma credo di no, perché di gentaglia come me credo che tu ne abbia vista già tanta e sia quindi preparata): io ho una cognizione veramente lacunosa di tutto ciò che concerne il bon ton, e temo che molte delle tue domande ti procureranno delle risposte agghiaccianti, da parte mia. Ma so che, come tutte le vere signore, tu sei una che sa affrontare il rischio a testa alta, quindi andiamo pure avanti!

Quindi, se ti chiedo come apparecchi la tavola per colazione… Segui il bon ton o hai un tuo stile?
“Apparecchiare per colazione” è un’espressione, per me, quasi senza significato. La mattina trascino una tazza di tè e una ciotola di yogurt e cereali davanti al computer, e mangio mentre inizio a sbrigare la posta. Questo perché io faccio due lavori: finita la colazione vado in ufficio, dove resto fino a sera, per cui le attività legate al mio ruolo di scrittrice le devo pigiare prima e dopo la mia giornata lavorativa... e quindi spesso anche durante la colazione. Lo so, lo so. È un’abitudine pessima. Non sospirare, ti prego.

Molti sostengono che il bon ton non è altro che una questione di buon senso. Cosa ne pensi, e perché oggi se ne parla tanto?
A volte anche a me sembra che sia proprio così, e cioè che essere educati, presentabili, eleganti eccetera sia, se non soltanto, quantomeno prima di tutto una questione di buonsenso. Una persona dotata di gusto e di educazione, di buona disposizione verso il prossimo e di riservatezza, secondo me è in grado di soddisfare spontaneamente almeno il novanta per cento delle regole del galateo. E a questo punto si può ipotizzare che se ne parli così tanto nei vari media perché dominare il galateo significa specularmente sapere come fare per apparire eleganti, educati, presentabili. Inoltre unirei alla riflessione il concetto di intelligenza sociale: sapersi comportare adeguatamente nei vari contesti sociali è a tutti gli effetti una forma di intelligenza – perché va ben oltre l’apparenza e ha delle conseguenze emotive, relazionali, e sulla qualità della vita. E dunque imparare a comportarsi significa in qualche modo emanare un messaggio di intelligenza.

Il galateo è come la grammatica. Il primo è un insieme di regole comportamentali per agire correttamente in società, la seconda fissa le regole di un linguaggio corretto. Secondo te è possibile azzardare questa comparazione?
Senza il minimo dubbio. Come accade nel linguaggio, in cui si stratificano ordini di regole che vanno da quelle minute e dettagliate dell’analisi grammaticale a quelle macroscopiche della sintassi, mi sembra possibile che funzioni anche per il comportamento sociale: è bene acquisire la padronanza di regole che possono complicarsi anche molto (mi vengono in mente gli articolatissimi codici comportamentali ed espressivi che vengono attuati e decifrati nei contesti della diplomazia), ma che contemplano sempre un “minimo indispensabile”. Per esempio, immagino che la scortesia sia un po’ come lo scrivere “pò” con l’accento o “qual’è” con l’apostrofo!

Nel tuo lavoro c’è stato qualche episodio in cui non è stato rispettato il galateo?
Direi di no, se si chiude un occhio sul fatto che, quando si lavora a progetti importanti e magari anche urgenti, la tendenza generale (ma anche mia, se è per questo) è di diventare tutti un po’ più sbrigativi e tralasciare i convenevoli. Se si è tutti d’accordo e in sintonia può andare bene, diventa una sorta di codice aggiornato che entra in vigore il tempo necessario, come la legge marziale, ma se nel team compare qualcuno che non è abituato il rischio è che si senta finito in mezzo alla giungla. È il problema di molti ragazzi che entrano nel mondo del lavoro e scoprono che può essere un postaccio di gentaglia senza fronzoli.

Ti è mai capitato di fare una gaffe e come hai rimediato?
Se mi è mai capitato? Mi capita in continuazione! E, be’, da professionista della gaffe, ti dirò che ho imparato che la cosa migliore sia – ove possibile – scusarsi. Ossia, approfittare di un momento di calma e di tranquillità per dire, esplicitamente: “Senti, mi sono accorta di aver detto, prima, una cosa veramente stupida, e volevo davvero chiederti scusa”. Meglio un gesto così, schietto, aperto, che tentare di rabberciare, con risultati statisticamente scadenti (mio padre, veneto, dice spesso “l’è pezo el tacòn del buso”, cioè “peggio la toppa del buco”)...

Alice, tu sai cantare, suonare, disegnare, ma dichiari di non saper cucinare. Ti è mai capitato di avere ospiti a cena e come te la sei cavata? In che modo accogli gli ospiti, apparecchi la tavola, disponi gli invitati, servi le pietanze?
Ecco, quella è un’area nella quale ho ancora, ehm, ampi margini di miglioramento! Come tutte le padrone di casa inesperte e ansiose, mi rendo conto che tendo a essere iperprotettiva, iperpresente, ipertutto: mi scuso in continuazione per ogni piccola mancanza di cui mi accorgo, finché a un certo momento sbotto “Eccheccavolo, chi se ne frega” e passo all’estremo opposto; preparo troppo cibo; chiedo in continuazione se va tutto bene. Eppure i miei ospiti mediamente sono miei amici e non certo gente dalle pretese preoccupanti – ed è forse questo, alla fine, che mi salva!

Passiamo a un altro argomento di cui si occupa il galateo: abbigliamento e accessori. Quali sono secondo te gli abiti/gioielli/accessori più adatti da indossare alla presentazione di un libro? E se sei la protagonista di una “cena con la scrittrice/apericena”?
E secondo te non sono un drago a sbagliare sempre anche in questo? Insomma, se uno deve fare una cosa – nello specifico fare schifo sul fronte del bon ton – deve farla fino in fondo! Scherzi a parte: visto che molto spesso cene e presentazioni avvengono in posti lontani da casa mia, essendo in trasferta devo selezionare a monte i vestiti da mettere in valigia, e così, se da un lato c’è l’attenzione al grado di eleganza (adeguato alla circostanza) e ai dettagli (perché in queste occasioni hai gli occhi di tutti addosso per almeno un’oretta), dall’altra la selezione è fortemente inficiata anche da necessità come lo spazio in valigia e le esigenze climatiche. Per fortuna io sono un tipo abbastanza casual ma non proprio da felpa e scarpa da ginnastica, e poi a furia di fare questa vita mi sono composta un guardaroba di vestiti eleganti ma non troppo formali, che per cene e presentazioni in genere vanno bene, dunque più passa il tempo meglio vanno le cose...

Quale personaggio dei tuoi libri ha più stile e perché? Quale invece, se c’è, dovrebbe andare a scuola di bon ton?
Be’, a suo modo, la mia protagonista, Vani Sarca, ha un suo stile; che sia uno stile che i manuali di bon ton sdoganerebbero, è un argomento di cui possiamo discutere! Vani somiglia un po’ a una versione lievemente più sobria di Lisbeth Salander, la protagonista di Millennium: veste sempre di nero, il suo capo preferito è un lungo impermeabile di questo colore, si trucca in modo piuttosto appariscente e dark (matita tutt’intorno agli occhi, rossetto e unghie viola) e ha i capelli tinti di nero, con un lungo ciuffo sugli occhi. Okay, non ha i piercing, le borchie e i tatuaggi di Lisbeth, ma nell’insieme risulta ugualmente piuttosto inquietante. E se non è ancora abbastanza, aggiungo che Vani è una specie di maestra della battuta sarcastica a sproposito, anche quando la capisce solo lei. Uhm, ripensandoci, non è esattamente un modello di stile, vero?

Un consiglio di bon ton secondo Alice Basso…
…in ufficio: Ce ne sarebbero a migliaia, ma fra i tanti scelgo questo: se dovete fare delle rimostranze a qualcuno per un lavoro fatto male, cercate di non farlo in pubblico; dopodiché, finito il chiarimento, non mostrategli rabbia. Di solito la gente, quando fa degli errori, non li fa apposta, e poi ne è mortificata: non c’è bisogno di mortificarla ulteriormente, specie di fronte a terzi.
…in libreria: Ho notato che, quando si entra con un amico a dare una curiosata in libreria, di solito si cede alla tentazione un po’ vanesia di commentare ad alta voce i libri che si sono letti. Ecco: non fatelo. A nessuno – temo nemmeno al vostro amico – interessa il vostro talento come critico, e oltretutto, presi dalla foga, vi lasciate scappare degli spoiler più spesso di quanto crediate.
…sui social network: Andrò controcorrente ma dirò: rispetto a come vi insegnano a fare nel caso di comunicazioni professionali, non puntate necessariamente alla sintesi. A volte due parole in più per esprimere lo stesso concetto suggeriscono tutt’un altro tono. Scrivere nn è vero è diverso da scrivere veramente, a quel che ne so, non è così. E anche curare grammatica e punteggiatura non sarebbe male, non per sterile estetica ma perché dà l’impressione di avere a che fare con una persona più colta ed educata, in tutti i sensi del termine, e facilita l’impostazione di un dialogo su basi più eleganti.

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